Lui, sotto un treno, e lei, in gessato. Chi sta meglio?

© Luigi Moscarelli (2006)

Verbatim copying and distribution of this entire article are permitted worldwide without royalty in any medium provided this notice is preserved.

Quando due treni convergono ad un incrocio, ambedue devono arrestarsi, e nessuno dei due può ripartire prima che l’altro non si sia mosso

Legge del Kansas degli inizi del ‘900

Alex camminava lentamente sulla pensilina. Era morto durante la notte, almeno così pensava. Si era svegliato in piena notte e di soprassalto. Gli occhi erano già umidi quando si accorse che stava piangendo, le lacrime gli scorrevano fino ai lati della bocca e poi giù dal collo sulle lenzuola. Gli occhi erano irritati, forse anche arrossati, ma non poteva saperlo al buio. Per quale motivo stava piangendo, con il cuore che gli batteva all'impazzata, gli rimaneva un mistero. Non era più riuscito a dormire e alla mattina si alzò dal letto sentendo che stava vivendo per la seconda volta e tutto si muoveva al rallentatore. Il senso del tatto costituiva una cosa nuova, come se fino ad allora avesse vissuto con l'idea di possedere dei sensi.

Ora camminava lentamente su quella pensilina. Un passo avanti all'altro con una sensazione come se stesse camminando sulla sabbia a piedi nudi. Alex stava pensando che sarebbe stato strano vivere con tutte quelle ansie addosso, con sensazioni tattili fuori dal normale e con la vista che, ora che ci pensava, si soffermava sui piccoli particolari, escludendo quasi completamente il quadro generale. Sapeva solo che attendeva una porta blu scorrevole. Con un bottone quadrato e nero si sarebbe aperta e lui sarebbe salito sul treno.

“Che buio”, constatò. “Non si vede niente. A malapena si scorgono i ragazzi che aspettano sull’altro binario. Non è che qui ci sia un paradisiaco panorama, ma vorrei vederci un po’ di più. È chiedere troppo?” Raffiche di vento sospingevano le cartacce sul marciapiede che rotolavano verso di lui o cadevano tra i binari. “Sembrano i rovi che si vedono nei film western, nel momento della sfida finale. Tutto calmo, tensione a mille tra i due pistoleri. Nessuno si muove, tranne quei rovi che, puntualmente, rotolano tra i due contendenti.” Una decina di persone aspettava l’arrivo del treno sulle scale e nella piccola sala d’attesa. Alex era l’unico a pensare che quell’aria gelida che gli sferzava la faccia lo avrebbe reso un po’ meno intontito dal sonno. “Le lezioni dovrebbero iniziare più tardi d’inverno. Almeno eviterei di andare tentoni fin qua.” Una luce al neon illuminava quel po’ di marciapiede su quale stava camminando avanti e indietro. Gli altri lampioni, a distanza di dieci metri, erano spenti. Probabilmente erano anche rotti e nessuno li aveva ancora sostituiti. La campanella cominciò a suonare, avvisando che un treno sarebbe transitato o si sarebbe fermato. Una volta che il trillo sarebbe cessato Alex avrebbe avuto un po’ di tempo per scostarsi dal ciglio del binario, prima dell’arrivo del treno.

Il treno arrivò in stazione. Le porte blu si aprirono e Alex salì. Poco dopo vide quattro posti liberi. “Una bella fortuna trovarli sul TAF delle sette”, pensò. Il Treno ad Alta Frequentazione ripartì con una lieve accelerazione. Dopo aver appoggiato lo zaino sotto il sedile accanto al finestrino e il giaccone su quello a fianco, si sedette. Entrando non aveva visto nessuno che conoscesse. Strano. Trovava sempre qualcuno per scambiare un ciao. Non chiedeva di più. Si ha poca voglia di parlare un’ora dopo essersi svegliati. La tentazione di chiudere gli occhi è più forte. Con lo sguardo perso nel vuoto, rimase lì a contemplare il buio oltre il finestrino. Il caldo del riscaldamento era un incentivo ad appisolarsi. L’isolamento in cui era entrato era quasi totale. Gli permetteva di non ascoltare il solito cicaleccio delle ragazze di giurisprudenza.

Era lunedì. E senza udirle, sapeva di cosa avrebbero parlato. Del weekend, di che se no? «Dove sei andata Venerdì? E Sabato? Racconta, racconta tutto…». Molto meglio, senz’ombra di dubbio, dei racconti infrasettimanali che si riducevano sempre agli argomenti con le tre C. Quali sono: cinema, cucina e cahier de doléances.

Un giorno erano riuscite a parlare per quaranta minuti ininterrotti, da quando erano salite fino a Porta Nuova, di sola cucina. Il discorso era partito dal come festeggiare un compleanno. Il messicano? No, lei non l’aveva mai assaggiato. Dove erano i ristoranti, qual era il migliore, il più vicino? No, al suo ragazzo non piaceva. Troppo piccante. Meglio la cucina cinese. «Sì agli involtini primavera, il riso allo scoglio e il pollo alle mandorle. Ma il resto, dio ce ne scampi!», diceva una. «Avete sentito dei topi nelle cucine? Le zanzare nelle salse? E del gatto servito per coniglio?», squittiva la più polemica. (Adesso che ci pensava ad Alex non sembrava che la lepre o il coniglio facessero parte del menù standard dei ristoranti cinesi. Pollo, maiale sì. Coniglio, no.) «Al supermercato si potevano trovare l’impasto per le nuvole di drago. Bisogna solo friggerle e il gioco è fatto», diceva un’altra.

Dio solo sa se Alex sarebbe impazzito se il treno ci avesse messo di più di quaranta minuti ad arrivare a Verona. Parlavano anche di altro, certo. Moda, ragazzi e gossip erano parte delle loro tavole rotonde quotidiane. Figuriamoci! Ma andava sempre a finire nello stesso identico modo. Scattavano una serie di polemiche, invidie e diffamazioni a viso scoperto che le facevano facilmente ricadere nel terzo cesto degli argomenti già citati. Non che le ragazze di giurisprudenza fossero le uniche a fare dibattiti pubblici mattutini. C’erano quelle di lingue e d’economia che, a volte, erano anche peggio. Scendevano, però, a Porta Vescovo. Quindi potevano anche esserci quei due, forse tre minuti di silenzio, per dimenticarsi di loro e iniziare bene la giornata.

“Arne! Un buon libro per non sentirle più”, pensò. Doveva trovarne uno, a casa ce n’erano tanti. Nessuno che lo costringesse, però, a leggere oltre la decima pagina. Quelli che gl’interessavano, li aveva già letti. “Per domani devo averne uno. Oggi, tantra” sorrise. Non che sapesse perfettamente cosa fosse. Aveva collegato al suono di quella parola il suo atteggiamento d’isolamento. “Guardiamo il buio che è meglio.”

«Posso?»

Alex si girò e vide una ragazza bionda che attendeva in mezzo al corridoio. Immediatamente fece un cenno con la mano. «Certo!» disse, schiarendosi la voce. Tirò più sotto lo zaino e raccolse il giaccone. La bionda si sedette sul posto di fronte a lui e altre due persone occuparono i rimanenti. Alex tornò a fissare il panorama. Ormai il cielo stava schiarendo e il sole saliva dalla parte opposta del vagone.

La ragazza si piegò in avanti.

“Non qua. Non in pubblico. Ma se a lei piace così…” pensò divertito. Non capitava tutti i giorni che una ragazza gli si avvicinasse tanto. “Ma che sta combinando? Ah, ecco…”

La ragazza aveva estratto un libro con la copertina azzurra dal suo zaino. Aprì il libro e cominciò a leggere la prima pagina.

Alex ne fu incuriosito e le diede innumerevoli occhiate furtive. “Ha avuto la mia stessa idea. Speriamo che non s’accorga che la sto osservando. Sai se no, che noie mi tira? Vediamo che legge: Siddharta? Già letto. In secondo superiore, mi sembra. Bello, ma lei sa che sta andando verso morte certa? (Hermann caro, questo è vero. Se non ti si prende in simpatia, tu non fai nulla per piacere alla gente!) Potrei anche aiutarla, poverina. Sarebbe anche un bel modo per conoscerla.

«Sai? Quel libro ha un piccolissimo problema: parte arrancando. Oltretutto, il titolo ti trae anche in inganno. Buddha, il più celebre Siddharta della storia dell’uomo, è solo una comparsa. Il libro, infatti, parla di un rompiscatole di nome Siddharta, che non è Buddha ma un suo omonimo. Lui è stanco di fare il figlio viziato del bramino e convince l’amico Govinda a seguirlo nel suo folle viaggio per l’india, alla ricerca dell’illuminazione. Dopo molte scorribande, Govinda manda a quel paese Siddharta per seguire il vero Buddha e il protagonista finisce tra le braccia di una signora che gl’insegna l’Arrampicata sull’albero, una simpatica posizione del kamasutra. Il solo nome fa già immaginare cose strane. Abbandona la donna e va a fare compagnia ad un pescatore. Bel salto di classe, da figlio del bramino a traghettatore sul fiume. Straordinario, non credi? Comunque, trova la sua illuminazione. La donna lo scova e, visto che lei sta per morire (guarda un po’!), gli affida il figlio, suo e del protagonista (ti ricordi Sid quando abbiamo giocato all’ape operaia e al fiore di campo? Bene, hai fatto centro al primo colpo. Complimenti. Hai vinto un figlio e un abbonamento ad una serie di problemi). Fine. Divertente, no?»

No. Devo smettere di sognare ad occhi aperti in questo modo. Oltretutto, non posso abbordarla con un discorso del genere. È da pazzi pensare che qualcuno mi ascolti per tanto. Devo cercare un modo migliore per attaccar bottone. Magari, iniziare con un ciao?”

Ora che la osservava meglio, notò che era veramente carina. Forse era anche “pneumatica”, come diceva Huxley nel suo libro più famoso che raccontava di un mondo razionale fino alla follia. Lei, con i suoi pantaloni neri a sottili strisce bianche verticali, che da poco tempo aveva saputo che erano chiamati “gessati”, e la maglia turchese a maniche lunghe sotto la giacca jeans, era attraente non c'era dubbio. Il libro, era evidente, non le piaceva. Leggeva un po’, guardava fuori del finestrino e poi ritornava sul libro. “Non c’è niente di peggio di un libro letto controvoglia”, pensò Alex. “Doveva essere uno di quei pezzi di narrativa che i docenti impongono agli studenti senza spiegare perché lo fanno. Se fossi stato io avrei almeno detto loro «Di che parlerete altrimenti da grandi? Di quanto ha piovuto, di quando si raccoglie il frumento o quanto costa un chilo di cemento? No. Voi dovete ad ogni costo far sentire ignorante il vostro interlocutore con le vostre conoscenze, chiunque esso sia. Più riuscirete ad umiliarlo con velata ironia, più vi rispetterà. E potrete anche offenderlo senza che lui capisca, afferrate il vantaggio? È come parlare una lingua d’élite». È abbastanza convincente come argomentazione. Nessuno vuole sentirsi chiamare ignorante.“

Rimaneva un mistero. Una pagina, circa venti dopo quella che la ragazza stava leggendo in quel momento, aveva un angolo piegato come segnalibro. Alex l’aveva notato. “Perché mai? Il libro non sembra essere di una biblioteca. Se fosse suo e lo avesse ricominciato, perché tenere il segno? E poi odio le pieghe alle pagine. È una crudeltà inutile, come spaccare le gambe ad un cane. Perché non strappare direttamente la pagina? Bruciare l’intero libro? Vedo rosso! No, non sono affari miei. Non la conosco nemmeno. Magari nessuno le ha mai insegnato una cosa che a me sembra normalissima. Quale? Che esistono pezzi di carta, plastica, cartone o altri materiali atti ad indicare una pagina del libro, senza rovinarlo. Come si chiamano? Segnalibri, ovviamente. Dove si trovano? Ovunque. Io uso le cartoline che amici e parenti mi spediscono, ad esempio. Così posso pensare a loro ogni volta che vedo il mio segnalibro. Stop. Cosa stavo pensando? Ah, già. Perché mantiene quel punto? Boh! Un po’ di coraggio, insomma! Cosa ci vuole per parlarle? Niente. Un bel respiro. Allora, al tre. Uno, due e…”

«Perché mi stai guardando le tette?» disse scocciata la ragazza che lo fissò dritto in faccia per surgelarlo.

Alex si bloccò stupito. «Cosa?»

«Tette. Tette. Le mie tette. È mezzora che me le fissi» continuò lei, alzando la voce sempre più.

Alex ora sapeva cosa voleva dire “sentirsi minuscolo come un granello di sabbia”. Non sapeva più dove girarsi per fare l’indifferente. Con la voce che gli proveniva dall’oltretomba, ormai, cercò di controbattere qualcosa. «No. Ti sbagli. Guardavo solo quello che stavi leggendo…»

Il treno era quasi arrivato in stazione. «Porco e bugiardo!» La ragazza chiuse il libro, incavolata a morte. Si alzò e si diresse all’uscita.

Con le lacrime agli occhi, Alex non sentiva più il suono della sua voce nel ripetere «ti sbagli!», mentre la vedeva andare via. “Bel modo d’iniziare la giornata”, pensò.

Uno scroscio di applausi e molti fischi riempirono il vagone. Ragazzi che passavano a stringergli la mano o battergli compiaciuti la spalla. Signore che lo minacciavano con sguardi gelidi e ragazzine che non si potevano trattenere dal ridere. Alex stava affogando lentamente nella sua vergogna.

“Va bene, così è molto peggio. Per oggi mi sono umiliato abbastanza”, sorrise sull’orlo della follia. “Peggio di così non può andare, forse.”

Alex lasciò che il vagone si svuotasse. Si mise il giaccone e, schivando gli sguardi altrui, scese dal treno. L'ansia che aveva provato dalla notte era svanita. I sensi soprannaturali di cui si sentiva dotato stavano scomparendo. Era un sollievo, dopotutto. Sorrise e a passo svelto si allontanò dal binario.

© Luigi Moscarelli (2006)

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Responses

  1. Quanto costa un chilo di cemento?

  2. Dipende dal tipo di cemento, da 73 € a 1300 € per una tonnellata. Quindi per un chilo, da 7,3 €cent a 1.30€.

    Per ulteriri info: c’é il listino prezzi di ItalCementi(R)
    http://www.italcementi.it/newsite/files/listino_prodotti.pdf

  3. …grazie… non era necessario rispondere così dettagliatamente… voleva essere una battuta…


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